FdM Attualità.
Le storie di alcuni, le
storie di tutti. In vista del primo Marzo
Una
giornata senza permesso
È il 14
febbraio 2010, fa un freddo boia e il cielo minaccia di buttar giù tanta acqua
ma non abbastanza da lavar via tutta la sporcizia di questo mondo.
Il
programma di oggi? Prendere il 27 e arrivare dall’altra parte del ponte, in via
Fioravanti 22, al Centro Katia Bertasi per la “Giornata
senza chiedere il permesso”, organizzata dal
Coordinamento Migranti di Bologna. Una giornata per incontrarsi e
confrontarsi in vista del primo marzo: il primo sciopero nazionale del lavoro
migrante in Italia.
Tutto
il resto è un fuori programma, tutto il resto è sorpresa o forse no.
L’arrivo al centro è un susseguirsi di immagini, è trovarsi davanti qualche
ragazzo sui 25 anni (e tra questi alcuni rappresentanti dell’associazione
SOKOS per l’assistenza sanitaria
gratuita degli immigrati senza permesso di soggiorno e delle persone senza fissa
dimora) e una decina di bambini di ogni fascia d’età, di ogni colore, che
parlano perfettamente una lingua più vicina al bolognese che all’italiano.
Di
questi, soprattutto le bambine sono prese dall’estro artistico, si dedicano alla
pittura e cercano di far asciugare i loro lavori chi al freddo (poggiandoli
all’esterno della struttura che ospita l’iniziativa), chi al caldo, tappezzando
i termosifoni. Invece i bambini, i “maschietti”, non si sa per quale
congiunzione astrale, sono in preda alla passione calcistica (cosa estremamente
poco italiana, no?). Il cielo bianco, una decina di gradi e un pallone che si
muove, vola e dov’è il pallone c’è un bambino e dov’è un bambino c’è un ragazzo
(forse già un po’ troppo vecchio) che cerca di star loro dietro, ma non ce la
fa…
Sì,
questa è la prima scena della giornata, una di quelle scene che restano nei
ricordi: dei giovani, da presupporre italiani, che giocano a calcio con dei
ragazzini, da presupporre italiani, forse di origini senegalesi, che si
divertono e corrono. Veloci. Soprattutto, liberi.
Ore 11.30. In una stanza separata dalla sala
nella quale i bambini continuano a giocare con le insegnanti della scuola di
italiano, i grandi progettano il loro
futuro. Da ogni parte del centro-Nord, si sono riuniti a Bologna i comitati
per lo sciopero degli stranieri, nati in vista del primo marzo.
Il merito di questo incontro va
attribuito proprio al social network per eccellenza, il tanto discusso e
pluricitato Facebook, e a tutte quelle persone che, accomunate dagli stessi
ideali, si sono fatte carico dell’organizzazione di questo grande evento. E,
ovviamente, al Coordinamento Migranti di Bologna che ha ospitato nella propria
“Giornata senza permesso” questo incontro.
E
adesso la storia si fa seria.
Prende
la parola la giornalista Stefania Ragusa,
una delle responsabili del coordinamento del comitato nazionale, che introduce
all’incontro con la lettera di
Massimiliano Perna, giornalista e collaboratore di
Padre Carlo D’Antoni nella
Comunità di accoglienza di Bosco Manniti, in provincia di Siracusa.
Perna scrive facendo le veci di don Carlo, il quale non sarà presente alla
riunione perché agli arresti domiciliari con le accuse di “associazione a
delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’illecita permanenza di stranieri
nel territorio dello stato italiano”, di “falso ideologico in atto pubblico”, di
“false dichiarazioni a pubblico ufficiale”, fino alle accuse infamanti di
“riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione”. Don Carlo era ed è
ritenuto da tutti coloro che hanno assistito al suo operato nelle campagne di
Cassibile, un benefattore il cui chiodo fisso era la regolarizzazione degli
extracomunitari, cui ha cercato di fornire l’assistenza legale oltre che pasti
caldi, un posto dove dormire e il domicilio che permetteva agli africani di
ottenere dalla questura il documento di legittima permanenza sul territorio. I
magistrati della Direzione Distrettuale antimafia di Catania hanno scoperto
nella parrocchia, una centrale organizzatissima di elaborazione di falsi
permessi di soggiorno richiesti da padre Carlo e le cui pratiche andavano a buon
fine solo se venivano consegnati circa duemila euro per il “favore”, un favore
fatto anche alle prostitute che, regolarizzate, tornavano in strada munite
stavolta di documenti. Queste le accuse secondo la magistratura, mentre le
parole di Massimiliano Perna definiscono don Carlo e gli altri arrestati con
lui, solo “colpevoli di solidarietà”. Non è un caso, infatti, che
numerose associazioni quali
Arci, Agire Solidale, Amnesty
International, Emergency, Libera Siracusa, Jamii onlus e Legambiente
abbiano già manifestato tutto il loro appoggio nei confronti di don
Carlo, non è un caso che il denaro intascato dagli accusati non sia stato
ancora trovato, quasi la chiesa Santa Maria Santissima Madre di Bosco Minniti a
Siracusa sia, in realtà, la tana del primo clan mafioso “no profit” mai
esistito, come la amara ironia di Stefania Ragusa sottolinea (o forse è soltanto
uno dei tanti clan destini?).
L’appello di Massimiliano Perna è rivolto a tutti i comitati,
perché il primo marzo diventi un giorno
emblematico, il punto di partenza contro la deriva razzista di un’Italia
governata da “dirigenti con cervelli
minuscoli e capaci di crudeltà immense”, perché i migranti non vengano più
sbattuti “come pacchi postali” da leggi che ne violano i diritti fondamentali.
Stefania Ragusa ringrazia tutti i presenti, intervenuti lasciando la loro dolce
metà proprio il giorno di San Valentino e subito lascia la parola agli esponenti
dei comitati per il primo marzo.
Bologna.
Cecile descrive le iniziative
progettate per il primo marzo in collaborazione con altri centri di riferimento,
in primis il Coordinamento Migranti e,
a seguire, Yabasta (presso il TPO),
SOKOS e diversi circoli di partito che
hanno aderito alla campagna di sensibilizzazione… ma sensibilizzazione verso
cosa? Cosa vogliono fare i migranti il
primo marzo del 2010? SCIOPERARE, mobilitarsi (non solo in Italia ma anche in
altri Paesi europei) contro il razzismo e lo sfruttamento, contro la condizione
dei migranti in Italia e in Europa, per una società diversa in cui “nessuno sia
ricattabile e discriminato solo perché straniero”. I
migranti lavoratori producono circa il 9 % del PIL italiano e sono
costretti dalla legge Bossi-Fini e dal “pacchetto sicurezza” a vedere il loro
permesso di soggiorno legato
indissolubilmente al lavoro, anche dopo vent’anni di vita in Italia. Ma la
crisi, forse, distingue lavoratori migranti e italiani? No! La crisi colpisce
tutti indiscriminatamente e chi perde il lavoro ed è allo stesso tempo un
migrante rischia di perdere il permesso di soggiorno, di diventare clandestino,
di essere costretto al lavoro nero pur di mantenere la propria famiglia. Il
primo marzo si sciopera perché ci sono, oltre ai migranti, cittadini italiani
(operai, insegnanti, pubblici ufficiali, studenti…) che rifiutano l’obbligo di
denuncia e il reato di clandestinità; il primo marzo si sciopera perché
l’economia del paese è costruita anche sul lavoro dei migranti;
il primo marzo si sciopera semplicemente perché è un DIRITTO, e un
diritto non si chiede. Si prende.
A
Bologna lo sciopero si farà “con o senza i sindacati” -dice Cecile- dei quali si
continua a cercare la tutela, pur non ottenendo grandi risultati. Si progettano,
intanto, un meeting con interventi liberi in piazza Nettuno, una mostra con
gigantografie dei migranti a lavoro, vendita di magliette e palloncini gialli,
visto che il giallo è il coloro scelto
per questa giornata. Ci si è proposti di arrivare al maggior numero di
persone possibile non solo con volantinaggi e manifesti, ma anche attraverso
tutti i mezzi di comunicazione, attraverso la radio (con uno spazio gratuito) e
una conferenza stampa qualche giorno prima del primo marzo. Tra un intervento e
l’altro il clima è tutt’altro che pesante. Squilla il cellulare di Cecile e c’è
qualcuno che commenta da lontano: “Cecile! Rispondi! E’ tuo marito che ti fa gli
auguri!” e sentire le risate non può che mettere tutti di buon umore.
Reggio Emilia.
Simona racconta che il Comitato Primo
Marzo di Reggio è costituito da più di 40 associazioni che si riuniscono, da un
anno, ogni settimana, per discutere dei contenuti del “pacchetto sicurezza”
coinvolgendo lavoratori e studenti italiani e stranieri. Il loro comitato sta
cercando i contatti con le R.S.U. (Rappresentanze Sindacali Unitarie) delle
singole fabbriche, perché dichiarino lo sciopero. “Reggio Emilia -dice- è la
quarta città italiana per migranti irregolari dopo
Bolzano.
Amir, che ha studiato ingegneria a
Bologna, fa parte della Rete dei diritti
dei senza voce, alla quale partecipano diversi esponenti del centrosinistra.
Stanno portando avanti iniziative in collaborazione con Verdi, PD, Rifondazione
comunista. Sì, anche le forze politiche, la giunta e l’assessorato sono stati
contattati in quell’unica provincia dell’Alto Adige in cui non c’è ancora una
legge per l’integrazione, in cui una ventina di esponenti della destra
manifestano in piazza contro il degrado e la migrazione (strettamente correlati,
no?) e dove un centinaio di persone scendono a manifestare per l’esatto opposto.
In questo clima, il comitato di Bolzano non ha trovato alcuna difficoltà a
reperire i luoghi (gratis) e i permessi per un concerto.
Hanno contattato gli asili, le scuole elementari perché proprio al loro
interno nasca il dialogo e intendono sensibilizzare la cittadinanza con
volantini e attraverso l’”evidenza” di una presenza “straniera”: nastri gialli
sul cappotto delle badanti, degli operai di tutte le aziende, ma anche appesi
fuori di casa. Il comitato ha deciso di
indicare il primo marzo non come una giornata di sciopero (ritenuto illegale
senza l’appoggio dei sindacati), ma come “24 ore senza di noi”. Ciò che loro
ritengono importante non è il primo marzo, ma il giorno dopo e la formazione di
un nucleo di base nazionale e legittimato che porti la voce dei migranti anche
il 21 marzo, giornata nazionale antirazzista. Ciò che a loro importa è
lavorare per una piattaforma politica,
uniti, liberi e in piena autonomia.
A
questo punto interviene Babacal, uno dei
rappresentanti del Coordinamento Migranti di Bologna, che vuole riportare
tutti sul punto chiave: la partecipazione
dei migranti allo sciopero, di quei migranti mandati in cassa integrazione,
di quei migranti che senza l’appoggio dei sindacati non possono scioperare
contro la Bossi-Fini (rischiando di perdere il lavoro), perché è intorno a
quella legge che gira il tutto!
Modena.
Anton parla del suo comitato che sta
lavorando insieme alla regione Emilia Romagna: ogni settimana si incontrano per
raccogliere testimonianze, storie e fotografie degli stranieri che ormai
rappresentano la metà dei cittadini di Modena. Chiederanno uno spazio su Radio
Radicale. Ma Anton è fermo: i sindacati devono muoversi a livello nazionale,
altrimenti dal giorno dopo, ritirerà la sua adesione! Solo i piccoli sindacati
stanno dando segni di interesse, ma non si può cedere alla logica che vedrebbe i
migranti lasciare le fabbriche con il consenso beffardo e grato dei padroni,
perché la crisi c’è per tutti. E’ necessario spingere perché ci sia una tutela
politica. Bisogna metterli con le spalle al muro. Splendidi sono gli esempi di
Brescia dove
Torino:
Diego Castagno inizia la sua
panoramica sulla realtà torinese partendo dal presupposto che è esattamente
l’opposto di Brescia.
Varese.
In questa città si stanno impegnando
in una campagna contro il razzismo con conferenze e una cena multietnica. Il
rappresentante del comitato sottolinea l’importanza di
far ruotare tutte le iniziative intorno alla coesione sociale, alla
solidarietà tra esseri umani, al dovere e al senso di responsabilità di ciascuno.
Non manca, nel suo discorso, un
riferimento ai valori del cristianesimo, dei quali i migranti sono “ricchi”: il
sentimento di comunità e di non esclusione, il desiderio di accoglienza.
Continua affermando che non si può più
accettare una politica della paura, ma bisogna andare verso la politica del
coraggio, verso un’Italia, la cui popolazione migrante è tra le più
variegate d’Europa, in cui vinca un nuovo Umanesimo. A Varese è nato, inoltre,
un movimento per unire tutti i gruppi di migranti che cercherà, simbolicamente,
di far girare per tutta l’Italia un ciclista fatto di scotch giallo che
rappresenti un percorso di unione di tutti gli “stranieri d’Italia”.
Il problema (“culturale non burocratico”,
afferma) è, purtroppo, richiamare gli stranieri: “siamo mosci!”, esclama.
Scoppia una risata e dalle file c’è chi risponde: “Non tutti, dai!”
Treviso.
È conosciuta come una città razzista.
La percentuale di stranieri è alta ma dispersa.
Vicenza.
Teo racconta la nascita del comitato
a partire da Facebook e della collaborazione sorta con diverse associazioni
studentesche e antirazziste, col
No dal molin. Con una punta di orgoglio, Teo ricorda che Vicenza
è stata la sede del primo sciopero dei
cittadini migranti, nel 2002, e che il primo marzo si cercherà di ripetere
l’esperienza, malgrado molti migranti non potranno far altro che astenersi dai
consumi, bloccando così il proprio apporto all’economia. Contro questa
iniziativa che lederebbe gli interessi dei commercianti, si sono schierati i
sindacati che, tuttavia, parteciperanno alla fiaccolata serale.
Padova:
Ermanno è soltanto uno studente e
comunica a tutti che il comitato di Padova è nato solo da un mese ma ha
racchiuso in sé numerose realtà. Oltre ad un presidio davanti alla prefettura,
gli interventi del comitato risultano pragmatici.
E’ nata, infatti, una
rete anti-sfratto a tutela dei
migranti, contro gli 800 sfratti perpetrati negli ultimi tre mesi a danno di
cittadini prevalentemente nord-africani. Gli stessi migranti fanno da
guardie, a turno, davanti alle case dalle quali i loro amici, o semplicemente
dei conoscenti nelle loro stesse condizioni, rischiano di essere sfrattati.
Grazie a questi interventi sono già riusciti a ottenere che gli sfratti vengano
rimandati di 4 o 5 mesi e il primo marzo riceveranno dal prefetto la risposta
alla loro richiesta di un’ulteriore moratoria di un anno. Durante la mattina gli
studenti universitari seguiranno le “lezioni in clandestinità” dei professori
precari (autoorganizzatisi in gruppi durante le manifestazioni contro la 133):
si parlerà della situazione dei migranti fuori e dentro le scuole, di
integrazione, di diritto alla cittadinanza.
Milano.
Si riuniscono più di una volta a
settimana e oltre ad organizzare un carnevale multietnico con un carro che
percorrerà le strade dei quartieri a “prevalenza” di stranieri,
l’ARCI sta organizzando una “notte gialla”. Tra gli impegni costanti
c’è la diffusione di volantini in diverse lingue che arrivino a sensibilizzare
gli esercenti perché sospendano le loro attività il primo marzo, attaccando in
vetrina manifesti esplicativi. Si pensa di coprire le pareti della metropolitana
con volantini che spieghino cosa sta succedendo anche a coloro che non
parteciperanno allo sciopero. Si condurrà un corteo dal Duomo ad un’altra piazza
con un microfono aperto a chiunque voglia parlare.
Alla
fine di tutti gli interventi, vengon fuori le perplessità di ciascuno e vengono
messi in risalto alcuni concetti: il
movimento non deve essere strumentalizzato da nessun partito politico;
sì all’adesione del gruppo “No razzismo day”, no a quella del “No Lega
day”, malgrado siano tutti d’accordo sul fatto che alcuni partiti si
facciano promotori di una politica tutt’altro che civile, che ricerca una
sicurezza fondata sulla paura, sul sospetto, sul rifiuto dell’altro.
Infine,
l’intervento di un docente universitario
che desidera far circolare una lettera scritta da professori e professoresse
universitari/e “contro il razzismo a sostegno del primo marzo, una giornata
senza di noi”. Firmata da docenti di tutta Italia, da
Bergamo a Messina, da
Genova a
Napoli, da Trieste a
Bari, la lettera riprende le parole
scritte dall’Assemblea dei lavoratori
Africani di Rosarno, nata a Roma il 31 gennaio scorso, che descrive la vita
quotidiana di lavoratori cui è negato non solo il diritto, ma la stessa dignità
umana, che si chiedono ormai da tempo se
siano invisibili o se sia la gente a non volerli vedere e se chi non esiste per
nessuno possa nutrire qualche speranza per il futuro. I docenti chiedono una
politica diversa, una società diversa nella quale
i migranti siano liberi di accedere agli studi universitari senza dover
rientrare nelle cosiddette “quote”, perché il sapere non sia più esclusivo
privilegio dei cittadini italiani.
Ore 16.30. La sala grande si è riempita di
gente: inizia l’assemblea pubblica.
Dapprima intervengono Babacal e Bas del
Coordinamento Migranti, che cercano di rileggere tutte le difficoltà dei
migranti non in termini vittimistici, ma di protagonismo.
Non è accettabile un permesso a punti, non è accettabile essere
rimandati “a casa” dopo vent’anni di vita perfettamente in regola, dopo aver
riconciliato la famiglia, dopo aver creato la propria rete di relazioni e di
amicizie in un altro Paese. I diritti vanno strappati ed il primo passo sarà il
primo marzo perché, sostiene Babacal, incitando i presenti a partecipare allo
sciopero: “insieme facciamo un boato!”.
E in questa esclamazione non c’è nessun tono violento o vendicativo, ma un forte
orgoglio, un forte bisogno di sentirsi finalmente inclusi, di essere
riconosciuti alla pari di tutti gli altri. Intervengono altri rappresentanti dei
comitati, tra questi uno del comitato antirazzista di
Palermo e finalmente viene data la
parola ai presenti.
Una donna senegalese, in Italia dal 1990,
racconta con evidente stupore la
paradossale situazione di sua figlia, diciottenne, nata e cresciuta in
Italia, a Bologna precisamente, ma
risultante cittadina senegalese. Interviene un’altra donna che ha quattro
figli e da ben 22 anni lotta per ottenere la cittadinanza. Cita
un libro intitolato “Blacks out- un giorno senza immigrati” di
Vladimiro Polchi, che narra la storia di un giorno in cui tutti i migranti
scompaiono così, all’improvviso, ed è da tempo che lei immagina una cosa del
genere. È ’riluttante al pensiero di tutti quegli anziani non più assistiti
dalle badanti, nelle peggiori condizioni igieniche. Immagina questo giorno e si
inebria delle sue stesse parole, alzando il tono, perché
in una giornata senza lavoro non si perdono soltanto 50 euro, il vero
problema è che l’essere ricattabili sottrae loro la dignità stessa. C’è chi
invece racconta la storia di un ragazzo di ventisei anni, da un anno in Italia.
E’ morto a Castelmaggiore: alle sei della mattina, stava andando a lavoro, non
c’era nessuno a soccorrerlo, era la prima volta che camminava tra la neve ed è
scivolato nel fiume. Nessuno ne ha dato notizia, eppure è accaduto qualche
settimana fa. Qualcun altro mette fuori l’orgoglio affermando che
loro sono i veri cittadini
italiani, altri ancora affermano che nessun sindaco potrà spingerli ad andar
via, nemmeno dando loro 496 euro, ma
prima o poi se ne andranno con le proprie gambe e la propria dignità, se la
situazione non cambia. Interviene un medico di
SOKOS e un’esponente di AIAS,
l’Associazione degli inquilini assegnatari, un sindacalista dei
COBAS e una ragazza che ha vissuto 60
giorni in un CPT e invita tutti a
imparare l’italiano perché conoscere la lingua è il primo modo per difendersi.
Si cerca di far gridare ai presenti
“Sciopero!” e a poco a poco la timidezza e il timore di alcuni si attenuano:
è tanta la gioia di sentirsi compresi.
(
E
finalmente si passa dal serio al faceto: MUSICA!
I primi
sono dei musicisti senegalesi con tanto di percussioni, il ritmo martella i
timpani, ma stranamente nessuno balla. La pista è vuota, malgrado le sedie siano
state spostate intenzionalmente. Da una parte, le donne senegalesi, sedute coi
loro bambini, ridono, scherzano, si muovono sulle sedie al ritmo di suoni più
che conosciuti e, all’improvviso, una ragazza tra loro si alza e inizia a
disarticolare ogni parte del corpo, calciando e schiaffeggiando l’aria sempre
più velocemente, sbattendo i piedi per terra e saltando, nello stupore generale.
Pochi dei presenti hanno assistito prima di oggi a una scena simile. Non c’è
nulla di strano per i musicisti senegalesi che invitano delle ragazze,
presumibilmente italiane, che si muovono timidamente ai due lati opposti della
sala, a mettersi al centro, davanti a tutti e a ballare come fanno loro: ma come
si fa?! I movimenti sono così sinuosi e vorticosi, spontanei e meccanici, che è
impossibile imitarli. Seguire quel ritmo è una follia per le ragazze che muovono
al massimo i piedi e il busto: muovere il bacino, i fianchi, le gambe come fanno
le donne senegalesi sembra un’arte i cui segreti sono sconosciuti alle italiane!
Le bambine senegalesi continuano a danzare al centro della sala e tutti sembrano
divertirsi.
E’
strano come gli sguardi della maggior parte dei migranti, durante tutta la
giornata, siano stati gioiosi e, apparentemente, spensierati. Emanano un calore,
una gioia di vivere che raramente capita di incontrare tra gli italiani.
Sorridono, sorridono di loro stessi e della vita come se qualsiasi cosa ci fosse
di storto nel mondo potesse andare a posto.
Alcuni,
invece, sembrano tristi, profondamente tristi, amareggiati, delusi, impauriti,
chissà cos’hanno passato. Ed è quello che chiunque può chiedersi passeggiando
tra le vie di Bologna, quando incontra un venditore ambulante o uno dei tanti
negozianti pakistani o quelle giovani donne e madri dal capo velato che portano
i loro figli a scuola. E’ quello che
tutti dovrebbero chiedersi di chiunque: cosa c’è dietro quel volto, quello
sguardo, quel sorriso? Ogni uomo ha una storia, ogni uomo è degno della
visibilità di qualunque altro uomo, ogni uomo è solo ricchezza, nel bene e nel
male.
La
giornata termina così, tra una marea di riflessioni e la sensazione che si è
condiviso qualcosa, un progetto, un sogno, un cammino che non si fermerà di
certo il primo marzo.
Gabbiano Sognatore
BIBLIOGRAFIA
http://clandestino.carta.org/2010/02/16/appello-del-comitato-primo-marzo-2010-bologna/
http://giornale.lasicilia.it/giornale/1002/CT1002/ILFATTO/MO03/navipdf.html
http://www.petitiononline.com/march1st/petition.html
http://www.ansa.it/web/notizie/unlibroalgiorno/news/2010/01/16/visualizza_new.html_1674001515.html