Perugia-Assisi
L’avevo sempre seguita con ammirazione e con un po’ di diffidenza la famosa marcia Perugia-Assisi. Tutta quella gente che ogni anno percorre più di 20 km per la pace mi è sempre piaciuta moltissimo, ma mi ha anche lasciato sempre qualche perplessità; a tratti avevo infatti l’impressione che fosse soltanto un grande rito annuale un po’ privo di contenuti. Quando quest’anno mi è stato proposto parteciparvi non ho saputo dire di no; il viaggio per Perugia era infatti già stato organizzato da un ragazzo di Medicina; quale occasione migliore anche soltanto per confutare o confermare le mie perplessità.
Siamo partiti da Bologna il giorno 7 ottobre, in una decina della facoltà di Medicina e Chirurgia, con un autobus messo a disposizione dalla Provincia. Proprio sul pullman ho scoperto che con me c’era un altro ragazzo della redazione e insieme abbiamo deciso di scrivere quest’articolo per rendere testimonianza della nostra lunga marcia. Noi studenti di medicina, impegnati fra esami, lezioni, tirocini e chiuse fra le aule e le corsie del Sant’Orsola rischiamo di perdere di vista quello che ci succede intorno e quant’è bello lì fuori.
Alle 5 del mattino, quando ancora a Bologna era buio, ci siamo trovati all’autostazione e siamo partiti alla volta di Perugia dove siamo arrivati verso le 9,00.
La prima cosa che abbiamo notato sono stati i colori, la miriade di colori del serpentone di persone che già era partito alla volta di Assisi. Sembravano i mille colori del mondo in una giornata dedicata quest’anno, oltre alla pace, anche “ai diritti umani per tutti”. Ovviamente il colore più frequente era il rosso; felpe, maglioni, braccialetti, sciarpe, magliette con tutte le sfumature e le tonalità del rosso per mostrare solidarietà col popolo birmano oppresso dal regime militare di Yangoon. A tutti, anche ai più distratti, è arrivata la notizia della protesta dei monaci soppressa nel sangue; “diritti umani per tutti”, come il diritto all’ istruzione, il diritto d’opinione, il diritto alla vita, il diritto alla libertà che oggi nel mondo occidentale si danno probabilmente per scontanti ma che in realtà in gran parte del mondo sembrano utopia, e sono ben lontani dall’essere applicati.
Con un minimo di spirito d’osservazione e di criticità i contenuti si trovano lungo il tragitto. Parlavano da soli infatti gli stand di Libera, l’associazione che si occupa delle terre e delle ricchezze sequestrate alla mafia restituendole al sud e alla legalità. A tal proposito su questo argomento è piacevole ricordare una conversazione con un ragazzo che, come me studia medicina a Bologna; della mafia infatti si parla sempre troppo poco, perché spesso considerata troppo lontana da noi mentre con i suoi tentacoli s’insinua a tutti i livelli della società. L’azione di Libera si concentra proprio lì dove la mafia trova la sua linfa, cioè sulle ricchezze che “Cosa Nostra” ha accumulato grazie alle sue attività illecite.
Il momento più emozionante della giornata è quando ci siamo fermati su un prato a pranzare; e non perché finalmente riesco a placare i morsi della fame, ma perché per la prima volta ho una percezione di quanti siamo. Eravamo tantissimi, i media diranno poi 200.000, secondo me di più; il fiume di gente scorre infatti in maniera costante per tutti i tre quarti d’ora in cui noi restiamo sul prato per riposare. Davanti a noi sfilano gruppi di amici, coppie, famiglie con bambini, giovani, anziani e associazioni di tutti i tipi: dalle associazioni cattoliche ai centri sociali, dai boy-scout all’Arci a Legambiente. C’è persino un gruppo di persone che per tutto il corteo ha urlato “Ochalan libero”.
Quando ci rimettiamo in cammino, le persone continuano ad affluire e me ne vado con l’illusione che il corteo sia interminabile. Sembra veramente tutto troppo bello.
Per qualche istante si ha quasi la sensazione che l’umanità sia tutta in pace e le guerre un lontano ricordo. Improvvisamente un piccolo banchetto, quasi nascosto, mi riporta alla realtà. È uno stand a favore di un Tibet libero dal giogo cinese. La Cina sta infatti cancellando progressivamente la cultura della regione, dove esercita una violenta repressione. Il Tibet è un altro di quei luoghi dove i diritti umani fondamentali non sono rispettati. Quando ci siamo fermati a questo stand abbiamo parlato della possibilità concreta di azione di boicottaggio delle Olimpiadi in Cina. E in effetti sorge spontanea la domanda del perché le Olimpiadi, massima espressione del potere di solidarietà ed aggregazione dello sport, possano svolgersi in una paese come la Cina dove la pena capitale fa più vittime che in qualunque altro Paese, e diritti basilari come quello d’opinione non sono garantiti.
Verso le 5 siamo arrivati ad Assisi, luogo magico con una vista spettacolare capace di restituirti tutte le forze perse per strada; siamo entrati all’interno del Duomo dove gli affreschi di Giotto e Cimabue e S. Martini ti fanno tornare bambino, un po’ stupito e un po’ smarrito. L’arte, sotto le dittature, se utilizzata e maneggiata con sagacia è spesso l’unico modo per eludere i regimi e riaffermare i diritti e le libertà dell’uomo
Queste riflessioni, insieme a stati d’animo altalenanti, hanno accompagnato tutto il percorso da Perugia ad Assisi e forse è proprio questa l’essenza di questa giornata. La possibilità di ricevere degli stimoli che spesso oggi ci vengono a mancare; la possibilità di tornare al quel “pensiero lento” che quasi sempre oggi nelle fretta e nella frenesia delle nostre caotiche e grandi città non ci è più permesso. Lungo questi 25 km passeggiando all’aria aperta, lontano da traffico e smog, infatti, si ha tutto il tempo per pensare con calma; si può conversare e confrontarsi con chi ti sta accanto.
Alle 21,30 eravamo a Bologna, di nuovo buia quasi ad avere la sensazione che il tempo si fosse fermato; le mie perplessità però erano state confutate ed ero contento dell’esperienza fatta e della giornata trascorsa.
Carlo
con la collaborazione di Andrea