FdM Attualità: La Val di Susa sola contro tutti
L’Autunno caldo del No Tav
È probabile, anzi quasi certo, che mentre scrivo in Val di Susa stia succedendo qualcosa. Di brutto? Di bello? Di positivo? Di negativo? Chi lo sa. Soprattutto, per chi? La Valle, la Regione Piemonte, l’Italia, l’Europa? La destra, la sinistra? Tutti sembrano essere parte lesa, in questa spinosa vicenda, e non manca l’esercizio diffuso di uno degli sport preferiti dai politicanti italici: lo scaricabarile, la mancata assunzione di responsabilità. E così i valsusini, decine di migliaia di anime racchiuse in una valle lunga e stretta, già tendenti all’isolamento per ragioni storico-geografiche, sono rimasti, se possibile, ancora più isolati. Isolati anche dall’opinione pubblica, visti i recenti sviluppi. Il mese di novembre 2005 sarà ricordato negli anni a venire come l’Autunno caldo della Val di Susa, se mi è consentita l’immagine un tantino epica. Il movimento No Tav, infatti, ha conosciuto la sua massima espressione proprio negli ultimi giorni, salendo anche alla ribalta delle cronache nazionali. Sembrerebbe quasi un movimento uscito dal nulla, una specie di capriccio di una manica di paesanotti che non hanno avuto niente di meglio da fare che opporsi, di punto in bianco, al progresso e al miglioramento dell’Italia. Questa almeno l’ipotesi dominante. Piccolissimo particolare: il movimento No Tav è vecchio di quasi 18 anni, affondando le sue radici addirittura alla fine degli anni ’80 (cfr. la scheda “Tav Story” a fine articolo, ndR). Credo allora che sia il caso di dire qualcosa in più su questo fenomeno, analizzando i fatti con la lente d’ingrandimento della storia recente.
La sigla No Tav, come forse molti sapranno, nasce dalla ferma opposizione degli abitanti della Val di Susa al progetto dei Treni ad Alta Velocità, lanciato all’inizio degli anni ’90 da un’intesa tra Italia e Francia, e consistente nel potenziamento della linea Torino-Lione al fine di snellire i traffici ferroviari lungo quella direttrice. Fin qui nulla di strano. Se non fossimo in Val di Susa… Il dazio pagato da questa Valle alle infrastrutture è stato infatti sempre molto alto: furono accolte a malincuore già l’autostrada e la prima linea ferroviaria, che attraversando prima le Alpi e poi la Valle, avevano creato un duro impatto ambientale. La ragion di Stato ebbe allora la meglio ma i valsusini, che non avevano ancora metabolizzato quella specie di chirurgia plastica alla loro terra, non hanno mai gradito fin dall’inizio l’apertura di nuovi cantieri e si sono quindi fermamente opposti. E già cade il primo assunto che la protesta sia fine a se stessa o che sia una bizza recente. Il progetto Tav ha attraversato varie legislazioni non solo in Piemonte, ma anche in altre regioni, come per esempio la Toscana, ove era prevista la costruzione di un’analoga linea sull’asse Bologna-Firenze-Roma, attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano. Anzi, per dirla tutta lì i lavori sono già a buon punto (anche se rallentati), mentre in Val di Susa non si può dire altrettanto. Per anni il progetto ha sonnecchiato, sia per la mancanza di fondi, naufragando in questo senso come molte altre presunte Grandi Opere (vedi il Ponte sullo Stretto, che resta tuttora un’utopia, ndR); sia per la ferma opposizione degli abitanti della Valle, che si sono organizzati in comitati autocostituiti e politicamente trasversali fino a esplodere nel movimento No Tav (cfr. ancora la scheda “Tav Story”, ndR).
Per anni il braccio di ferro è andato avanti quasi con inerzia, ma negli ultimi tempi l’offensiva delle autorità, Stato e Regione Piemonte in primis, si è fatta più decisa. Il nuovo traforo del Moncenisio si doveva fare, punto. Anzi, Mercedes Bresso, governatrice diessina della Regione Piemonte, aveva indicato proprio l’inizio dei lavori per il Tav come uno dei principali punti del suo programma, come ella stessa ha più volte ribadito nel corso delle recenti interviste e come le hanno provocatoriamente ricordato i suoi avversari politici, invitandola ad assumersi le sue responsabilità. E la Bresso, sia per non deludere il suo elettorato sia per non far brutta figura al cospetto dell’opinione pubblica, a qualche mese dall’inaugurazione delle olimpiadi invernali di Torino 2006, ha deciso di dare una sterzata al preogetto. È stato quindi predisposto un sondaggio del terreno per dare poi il via libera all’inizio vero e proprio dei lavori. Ma la Presidente aveva fatto i conti senza l’oste, cioè senza i valsusini, che si sono mobilitati in massa e hanno tentato di bloccare, tramite presidi e sit-in, il sito prescelto di Venaus, comune di qualche migliaio di abitanti a pochi chilometri dal confine con la Francia, alle pendici del Moncenisio. Questo accadeva durante il ponte di Ognissanti ed era solo l’inizio.
Mi trovavo per caso in Val di Susa proprio in quei giorni, e mentre con la mia ragazza e con amici ci recavamo verso il Frejus, ci siamo trovati nel bel mezzo della manifestazione, a Susa. Marco, che mi ospitava e che come molti ragazzi della valle è sensibile alle istanze del movimento No Tav, ha fugato il grande punto interrogativo che si era disegnato sulla mia fronte quando ho visto con i miei occhi decine e decine di camionette delle Forze dell’Ordine schierate lungo la strada che da Susa conduce a Venaus. Decine e decine, giuro: Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e perfino Guardia Forestale, tutti schierati in assetto antisommossa come se si stesse preparando una rivoluzione di massa. Gli ho chiesto il perché di tutto quel dispiegamento e lui mi ha illustrato le ragioni della protesta, che non era concentrata proprio a Susa ma in un paese vicino, in cui era stata bloccata la stazione paralizzando il traffico ferroviario da e per Torino. Il Tav in Val di Susa non lo vuole nessuno. Nessuno. Per l’impatto ambientale, certo, ma anche per altre ragioni di ordine economico e, diciamo così, sanitario. Il Tav è un progetto costosissimo, diciamolo pure, e il timore fondato è che possa costare molto più di quel che renderà, perché ci sono dati incontrovertibili che lasciano intendere come il traffico ferroviario sulla direttrice Torino-Lione non sia affatto saturo, come i sostenitori del progetto vogliono far credere. Secondo gli abitanti, sarebbe sufficiente ampliare le vie di comunicazione già esistenti per far fronte alla domanda di merci e di passeggeri, senza bisogno di crivellare nuovamente il Moncenisio. A ciò si aggiunga la questione spinosissima dell’amianto e dell’uranio, che pare abbondino nella zona. Il rischio di dissotterrare quantità potenzialmente pericolose di questi due minerali è tutt’altro che remoto, anche perché esistono già studi precedenti che ne attestano la veridicità. Marco mi ha detto che già ora gli abitanti della Val di Susa hanno il più alto tasso di incidenza di mesotelioma, la patologia più grave che si possa manifestare dopo l’esposizione all’amianto, anche con un una latenza di venti e più anni. Non ho fatto fatica a credergli, anche perché le sue affermazioni sono facilmente verificabili. Gli abitanti della Valle sono quindi preoccupati per la loro salute e per quella dei loro figli e sono convinti che il gioco non valga la candela, da ogni punto di vista.
Quando sono tornato a Bologna, ho continuato a seguire con interesse le vicende della Valle, sentendomi spesso con Marco. Le notizie che mi ha dato non sono mai state buone, e d’altra parte bastava aprire i giornali o guardare i Tg per capire che la situazione non fosse delle più rosee: il clima è teso, si sono susseguiti scontri tra polizia e manifestanti nei vari giorni di protesta, si è saputo del ferimento dell’europarlamentare Vittorio Agnoletto durante l’ennesima barricata tentata contro il sondaggio a Venaus. La polizia ha effettuato anche un blitz notturno in cui ha sorpreso i manifestanti che avevano mollato un presidio e l’ha occupato, mandandoli su tutte le furie. Lo sciopero del 16 novembre è stata una manifestazione imponente di consenso: 50 mila persone in piazza provenienti da tutta la valle ed oltre. Ci sono poi stati momenti critici, come le minacce ricevute dalla Bresso sotto forma di tre bossoli di proiettile recapitati a casa sua, e come l’ordigno fatto trovare ai Carabinieri con una telefonata anonima, atto chiaramente dimostrativo perché si è appurato che non sarebbe mai esploso. Il movimento No Tav ha preso le distanze da questi comportamenti, anche se non sono mancate le strumentalizzazioni da parte del mondo politico. Nonostante l’imponente e pacifica manifestazione del 16 novembre, il Ministro Pisanu non ha trovato di meglio da fare che lanciare un allarme terrorismo per le prossime olimpiadi, prontamente invitato a non creare ulteriore tensione dallo stesso sindaco di Torino. Condanne esplicite al movimento in toto sono arrivate dal Ministro Matteoli e da Gianfranco Fini, mentre è stato evidente l’imbarazzo per gli esponenti del centro-sinistra, visto che nel movimento No Tav non ci sono solo esponenti della sinistra radicale. Lo stesso Antonio Ferrentino, presidente della Comunità Montana Bassa Val di Susa, che si è preso le sue manganellate novembrine ed è stato anche colto da malore durante una protesta, è diessino come la Bresso. A dimostrazione che questo è un movimento autentico e genuino, che non vuole prestarsi a facili etichette strumentali.
La situazione resta tuttora tesa. Ho sentito Marco qualche giorno fa e mi ha detto che la valle è praticamente militarizzata. Si vive alla giornata, qualche giorno fa tutti gli accessi a Venaus erano bloccati è c’è stato anche chi non è riuscito ad andare a scuola o a lavoro. Gli abitanti della Valle si sentono braccati, ed hanno la spiacevole sensazione che vengano loro tolte le più elementari libertà tra cui quella di muoversi all’interno del loro territorio. La Bresso ha dichiarato ad inizio novembre, e le hanno fatto eco molti altri esponenti politici (anche del centro-destra), che se si rivelasse concreta la presenza di amianto o uranio nella zona, sono disposti a lasciar perdere e a riconsiderare l’ipotesi dell’ampliamento delle vie già esistenti. Solo che, si lamenta la Presidente, i No Tav non lasciano neanche effettuare il tanto sospirato sondaggio di Venaus.
Ora che anche il Presidente Ciampi pare essersi schierato a favore dell’apertura dei lavori, ora che è assodato l’inserimento del progetto Tav nel futuro programma della sinistra, i valsusiani sembrano soli contro tutti. Difficile dire se faranno la fine di don Chisciotte contro i mulini a vento. E allora ti chiedi se tutto questo non sia un unico grande equivoco, se davvero la Val di Susa stia impostando una resistenza pacifica su concetti anacronistici e inapplicabili. Te lo chiedi e vai a caccia di una risposta. Poi apri L’Espresso dell’8 dicembre e leggi un’intervista a Marco Ponti, esperto europeo di trasporti, ed apprendi che “il sistema ferroviario italiano è largamente sottoutilizzato”, che “in Francia il progetto Tav costa molto meno che in Italia perché il territorio è più favorevole, non c’è bisogno di scavare per oltre 50 km nella montagna”, che “per andare facilmente da Torino a Lione, o Parigi, bastano e avanzano i voli low-cost”, che “la Torino-Lione è un monumento alla dissipazione: costerà almeno 13 miliardi, come 3 o 4 ponti sullo Stretto”.
Leggi tutto questo e inizi a dubitare: “Non è che stavolta ha ragione Don Chisciotte?”.
Il Capitano
Fonti:: www.repubblica .it L’Espresso n. 48, 8 dic 2005
ULTIMISSIME (6/12/2005): Marco mi ha mandato un sms con scritto: “Qui è scoppiata la guerra civile…”. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, alle ore 3:30, i manifestanti hanno subito un vero e proprio attacco da parte delle Forze dell’Ordine, che hanno sgomberato il presidio di Venaus non esitando a usare la forza. Alla fine si sono contati più di 20 feriti da ambo le parti. Un gesto di una gravità inaudita, a mio avviso. Nonostante l’approvazione dell’ineffabile ministro Pisanu. Ripensandoci, il paragone con Don Chisciotte non è proprio esatto. I mulini a vento stavano fermi e non caricavano. E, soprattutto, non brandivano manganelli.