Aviaria?!?
Storia di un delirio organizzato
Quest’oggi, care massaie che ci seguite fedeli da casa, vogliamo proporvi una semplice ricetta di rapida esecuzione per deliziare il palato vostro, di tutta la famiglia e, perché no, anche della restante parte del genere umano: si tratta dell’oramai celeberrima pandemia di pollo à la H5N1.
Ricetta per 6 miliardi di persone (circa): prendete qualche centinaio di milioni di volatili, preferibilmente provenienti dal Sud-Est asiatico, cospargeteli generosamente con virus H5N1 di stagione, attendete qualche giorno e, quando saranno tutti ben morti (potrete aiutare quelli che ancora non lo fossero con una mazza chiodata), avvertite prontamente la stampa locale. Avrete in breve ottenuto un allarme pandemia all’aroma di psicosi diffuso in tutto il mondo.
Badate bene, non abbiamo alcuna intenzione di sminuire la gravità della situazione, ma riteniamo doveroso criticare il sensazionalismo con cui i media, da qualche anno a questa parte, stanno affrontando tematiche che, come questa, hanno profondo impatto sull’opinione pubblica; a questo fanno eco gli evidenti interessi delle multinazionali farmaceutiche che hanno colto la palla al balzo per incrementare in modo più o meno etico il proprio fatturato.
Incominciamo con un resoconto dei casi finora accertati di infezione da virus H5N1, tutti trasmessi da animale a uomo. Come già accennato il virus ha fatto la sua comparsa ad Hong Kong nel 1997: delle 18 persone infettate sei morirono. Il governo del Paese riuscì, seppure a prezzo di ingenti perdite economiche, a soffocare sul nascere il rischio pandemia abbattendo l’intera popolazione avicola. Non vi furono altri contagi accertati fino al febbraio 2003, quando, sempre ad Hong Kong, due persone presentarono i sintomi della malattia; una di esse morì. All’analisi sierologica si trovò una variante del virus più affine ai recettori α2-6, e dunque più aggressiva rispetto a quella del 1997; subito dopo si ebbero altri tre casi, tutti mortali, in Vietnam.
Questi eventi passarono del tutto inosservati al di fuori della comunità scientifica, perché, come ricorderete, il 2003 fu l’anno della SARS; mentre le organizzazioni sanitarie e umanitarie lavoravano, con ottimi risultati, per limitarne i danni, i media non si lasciarono scappare l’occasione per terrorizzare l’opinione pubblica.
L’aviaria era ancora un pesce troppo piccolo, con “soli” 5 morti.
All’inizio del 2004, però, il rischio di una pandemia di SARS appariva ormai improbabile; cosa accadde allora? In Vietnam e Thailandia ricominciarono a verificarsi casi, spesso mortali, di influenza aviaria. Allerta delle organizzazioni sanitarie, sospiro di sollievo di giornalisti &Co.: il pesce era grosso abbastanza per essere acchiappato. È emblematico il titolo dell’ articolo pubblicato su Repubblica il 13 Gennaio di quell’anno: “Nuovo caso di Sars in Cina. Torna l'influenza dei polli”, ovvero, traducendo, “Ci avete tolto la notizia bomba? Noi ne peschiamo un’altra”. Bisognava in qualche modo mantenere alta la pressione psicologica.
La situazione, però, sfuggì di mano.
La diffusione dell’influenza aviaria, infatti, rispetto a quella della SARS, era (ed è tutt’ora) più difficile da controllare: se allora fu relativamente semplice limitare gli spostamenti umani agendo sui trasporti aerei, ad oggi rimane impossibile arginare il flusso migratorio delle specie volatili. Parallelamente aumentava il numero di casi, la mortalità rimaneva altissima e, come se non bastasse, rientravano in gioco le grandi industrie farmaceutiche interessate a far sì che l’allarme non cessasse.
È psicosi, soprattutto in Italia, dove assistiamo ad un vero e proprio terrorismo mediatico.
Quali sono le conseguenze?
Le vendite di polli crollano e con esse i prezzi, e sono moltissimi gli avicoltori ridotti sul lastrico: attenzione, questo accade solo nel Bel Paese, a beneficio degli Stati limitrofi che importano sottocosto il pollame invenduto in Italia. Come segnala la Coldiretti, nell’arco di una settimana, alla fine dell’ottobre 2005, il costo dei prodotti avicoli cala del 27%, quando in Francia e Germania addirittura aumenta. (3)
Le perdite per il settore non sono più tollerabili: come correre ai ripari?
Prende allora il via una serie di gag tanto assurde quanto inutili per tentare di salvare il salvabile; prima, appaiono in tutte le reti placidi dottoroni che garantiscono che la carne dei polli italiani è del tutto sicura: è sottoposta a rigorosi controlli, e soprattutto ancora non sono stati riscontrati casi di uccelli selvatici infetti nel nostro Paese.
Sono talmente rassicuranti che potrebbero quasi convincere la massaia più titubante.
Sennonché…
…colpo di scena: tre cigni, sicuramente comunisti, hanno la pessima idea di lasciarsi morire di aviaria sul sacro suolo patrio.
La massaia alza il sopracciglio “Lo dicevo io!”
Ricompaiono i dottoroni di cui sopra, un po’ meno placidi, col viso rosso: se non fossero tenutari di cattedra li si potrebbe dire agitati; assicurano che, con la cottura, il virus si degrada; la massaia scuote la testa, vira verso il banco del pesce, e le vendite continuano a calare.
Servono soluzioni drastiche: se i media hanno avuto il potere di scatenare la psicosi, probabilmente possono anche porvi rimedio. Ed ecco allora che seri giornalisti in sovrappeso vengono costretti ad ingozzarsi in diretta di plebee carni bianche, ostentando satolli larghi sorrisi, con soddisfazione della massaia che, lungi dall’essere rassicurata, si può almeno fare quattro risate.
In tutto questo, cos’hanno fatto le industrie farmaceutiche?
Nulla di particolarmente innovativo: hanno guadagnato.
I governi di quasi tutti i Paesi, infatti, un po’ per visibilità, un po’ per necessità, hanno richiesto ingenti quantità di antivirali come l’Oseltamivir (Tamiflu, prodotto dalla Roche) e lo Zanamivir; questi farmaci, inibitori della neuraminidasi, hanno l’effetto di ridurre la durata dei sintomi influenzali di circa un giorno. Per ovvi motivi non sono stati condotti trial clinici rigorosi su pazienti colpiti dall’influenza aviaria H5N1; nonostante la loro efficacia contro questo virus non sia stata dimostrata, risultano essere al momento l’unica cura disponibile.
Il virus H5N1 è infatti resistente all’altra classe di antivirali (amantadina e rimantadina) a causa dell’abuso che di questi si è fatto in passato; il rischio è che il virus, per le sue capacità di mutare, acquisti resistenza anche agli ultimi farmaci (alcuni ceppi sono già resistenti all’Oseltamivir).
Ad ogni modo, il governo italiano ha stanziato 50 milioni di euro per l’acquisto di Tamiflu, sufficienti a procurarsi 6 milioni di cicli terapeutici, in grado di garantire copertura al 10% della popolazione. (4)
Visto però l’alto costo del prodotto (60$ a confezione negli USA), svariate aziende hanno rivolto il loro pensiero a quei Paesi che non potrebbero permettersi l’acquisto del farmaco: l’indiana Cipla, ad esempio, ha proposto la produzione di un equivalente generico da destinare ai Paesi in via di sviluppo; la Roche si è ovviamente opposta al progetto, facendo valere i suoi diritti: fino al 2016, quando scadrà il brevetto, l’Oseltamivir potrà produrlo solo lei. Pare che la Cipla, tuttavia, abbia deciso di procedere comunque (5).
Per quanto riguarda la ricerca e la produzione d’un vaccino efficace, unica strada veramente risolutiva, l’OMS ha già provveduto a fornire isolati virali alle dodici principali case produttrici di vaccini; tuttavia, per problemi di brevetti sulle tecniche genetiche necessarie e per il fatto che la pandemia, seppur probabile, non appare esattamente dietro l’angolo, queste non sembrano così ansiose di trovare la soluzione.
Emergono tuttavia confortanti novità su questo fronte: come infatti da lui dichiarato su Le Scienze di Marzo, il dott. A. Gambotto, ricercatore all’Università di Pittsburgh, ha escogitato insieme alla sua equipe un metodo innovativo per la produzione di vaccini ricombinanti.
Inserendo nel genoma del virus del raffreddore il gene dell’emoagglutinina del ceppo di H5N1 attuale, infatti, Gambotto e collaboratori hanno ottenuto la completa immunizzazione delle cavie: il vaccino si è finora rivelato efficace su topi e pollame, riuscendo, oltre a prevenirne l’infezione, ad evitare la dispersione di virus nell’ambiente tramite feci o esalazioni.
Come da essi annunciato nell’articolo pubblicato sul Journal of Virology dello scorso Febbraio, è ora ragionevole pensare ad una vaccinazione del pollame d’allevamento su larga scala.
Infatti, se per produrre i vaccini standard è necessaria un’enorme quantità di uova nelle quali far moltiplicare i virus (almeno un uovo per dose), con questa metodologia sono sufficienti colture cellulari per ottenere vaccino in quantità sufficiente da fronteggiare un’eventuale pandemia, con costi comprensibilmente inferiori.
Per la sua natura, inoltre, questo vaccino può essere rapidamente aggiornato in caso di mutazioni del virus originario, risultando eccezionalmente versatile.
Secondo Gambotto, questa scoperta potrebbe applicarsi anche ai vaccini umani, come complemento alle vaccinazioni standard; naturalmente, si renderebbero necessari trial clinici prima di affermare l’efficacia del metodo.
L’Università di Pittsburgh si sta mobilitando per iniziare una produzione del vaccino: si tratta del primo caso in cui una struttura universitaria si pone in concorrenza con le grandi case farmaceutiche.
Come andrà a finire?
Forse con uno scenario apocalittico a mo’ della manzoniana Peste di Milano: così prospetta il dott. Brayda, neurologo bolognese “prestato alla letteratura”, nel suo romanzo fantascientifico Pandemia, pubblicato e distribuito gratuitamente, guarda caso, dalla nota casa produttrice di vaccini Sanofi Pasteur MSD.
Come spiega l’amministratore delegato Daniel Jacques Cristalli, infatti, scopo dell’azienda è creare mezzi che, “partendo da finzioni letterarie, aiutino ognuno a coltivare la propria sensibilità alla prevenzione ed a considerare se stesso non come il potenziale anello di una forma pandemica, ma come il determinante elemento di discontinuità.” (6)
Un alto obiettivo, indubbiamente.
E se la filantropia e la generosità che traspaiono da questa dichiarazione sono genuine, l’equipe di Gambotto si potrà aspettare plausi e incondizionato supporto dalla Sanofi, indipendentemente dall’eventuale scelta della sua Università di non cedere i diritti della scoperta.
E poi la chiamano “influenza dei polli”.
L’influenza sui polli, piuttosto, quella che i media esercitano su di noi, polli più che mai, visto quanto facilmente modifichiamo quello che mangiamo, facciamo e temiamo a seconda dell’argomento cult del momento.
O meglio, i media fanno solo da tramite, da megafono: allargando la visuale, si osserva l'influenza che le leggi di mercato esercitano in ogni campo, decretando, disumane e potenti come una nuova divinità, chi debba vivere e chi morire nel nome del Dio Denaro.
Nulla di nuovo, quindi: si tratta soltanto dell’ennesima triste conferma.
Antonio Renna e Pif
Bibliografia:
Informazioni tecniche generali:
- Avian Influenza, T. C. Harder e O. Werner, http://www.influenzareport.com/ir/ai.htm
- Avian Influenza A (H5N1) Infection in Humans, Writing Committee of the WHO Consultation on Human Influenza A/H5N1, National English Journal of Medicine, n.353, 2005
Note:
- (1) Avian flu: influenza virus receptors in the human airway, Shinya K, Nature, 23 Mar. 2006
- (2) Avian Influenza A (H5N1) in 10 Patients in Vietnam, Tran Tinh Hien et al., The New England Journal of Medicine, 18 Mar. 2004
- (3) Coldiretti, la psicosi da influenza aviaria costa al settore 5 milioni al giorno, La Repubblica, 28 Ott. 2005;
- (3)Aviaria, allarme dei produttori "Cassa per 30.000 dipendenti", La Repubblica, 13 Feb. 2006
- (4) Notizia Adkronos del 17 Ottobre 2005
- (5)Indian Company to Make Generic Version of Flu Drug Tamiflu, New York Times, 14 Ott. 2005
- (6)Guglielmo Brayda, Pandemia, collana I Quaderni di Sanofi-Pasteur MSD, distribuito gratuitamente nelle maggiori librerie italiane.